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I meninne. U vinde ch’aggire atturne ā tèrre.

Questo libro di un Sud profondo e ancestrale ci attraversa e ci mette addosso una strana nostalgia: non di come eravamo, ma di come potremmo essere.

, 978-88-9355-154-0 200
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Siamo nel dopoguerra senza tempo di Noci, cittadina nata tra i boschi a metà strada tra Bari e Taranto, nell’area pregiata denominata Murgia dei trulli. Qui ancora sono le stagioni a scandire il ritmo della vita, qui il giorno e la notte non sono stati ancora divorati dalle fauci voraci dell’opulenza consumista, qui il lavoro è fatica dura e nonostante la ruvidezza delle re­lazioni umane domina un senso generale di solidarietà. Qui la natura non è uno sfondo sfocato, la cartolina delle vacanze, la nostalgia che ti coglie quando danzi nei vortici della modernità urbana: qui la natura è senso e sensi, è testo e contesto, è colonna sonora, palcoscenico e respiro della quotidianità. Ed è una natura che parla, come l’asino che, in un imprevisto e inedito presepe, si dichiara felice di riscaldare non uno ma addirittura due bambinelli, i due fratelli che saranno gli anti-eroi di tutti i racconti che seguono. La natura è alfabeto, tavolozza, pentagramma, poesia, arte. Eccoci dunque al crocevia di tutte le storie, cento dolcezze e cento cru­deltà ci rendono briciole di mille vissuti. Ognuno ha una storia da raccon­tare, ognuno è una storia. Ognuno ha un viaggio necessario da fare. Tutti possono imparare a imparare, mettendosi in cammino, regalandosi la gioia della contemplazione, il piacere dell’altruismo, la ricchezza dell’incontro e della gratuità.

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