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Le abolizioni delle feudalità a Conversano e Turi nel 1806 e il nuovo monastero di S. Chiara in Turi dal 1838 al 1866

978-88-9355-2998 160
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L’avvento delle leggi che regolarono l’eversione della feudalità, imposte dai napoleonidi sui territori dell’ex regno borbonico, non costituì, se non in parte, un atto rivoluzionario capace di sconvolgere dalle radici l’assetto sociale delle popolazioni meridionali. Un assetto che, consolidatosi nei secoli, aveva pur mostrato, specie nella seconda metà del Settecento, un nuovo dinamismo, un emergere graduale ma costante di nuovi ceti, nuovi destini economici e sociali, che andavano modificando il volto, soprattutto, dei grandi e medi centri urbani. In Puglia in particolare le città costiere come Bari, Barletta, Molfetta, ma anche Monopoli e Mola diventano sedi di nuovo benessere economico, legato ad attività di trasformazione e commercio dei prodotti dell’agricoltura, che consentono la formazione di una solida grande (ma anche piccola e media) borghesia, capace di intraprendere nuove e lucrose strade verso i mercati nazionali e internazionali. Sicché si può dire che nei maggiori e più dinamici centri pugliesi la feudalità è fortemente indebolita, se non addirittura inesistente, alla vigilia dell’avvento dei Francesi. Non così nei centri minori, nell’entroterra, nelle comunità legate inesorabilmente alla terra e alle scarse risorse che, a prezzo di disumane fatiche, se ne riusciva a ricavare.

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