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La visita pastorale del vescovo Gennaro Carelli a Conversano nel 1803

978-88-9355-091-8 72 ,
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Prima di lui – il conversanese Gennaro Carelli – era già avvenuto tre volte che ecclesiastici di Conversano fossero stati nominati vescovi della loro stessa città. Una prima volta nel 1423, anno in cui all’arcidiacono della cattedrale di Conversano Antonio Domininardi era stato affidato il governo episcopale della sua città. Si era concluso appena da un quinquennio lo Scisma d’Occidente (1378-1417) che aveva visto avvicendarsi e intersecarsi in contemporanea sul seggio di Pietro tre successioni di papi di obbedienza romana, francese e pisana, con uguali riflessi delle tre obbedienze nella sede vescovile di Conversano, dove Stefano Alfano, già di obbedienza romana per aver ricevuto la provvisione da papa Bonifacio IX nel 1403, era passato a quella pisana ricevendo da papa Giovanni XXIII il 1412 l’incarico di collettore pontificio nelle diocesi pugliesi; con l’elezione di papa Martino V che pone fine a questa profonda lacerazione nella Chiesa, l’Alfano nel 1423 era stato riconfermato come nostro pastore. L’arcidiacono Domininardi aveva dunque vissuto tutto il dramma universale e locale, e la sua persona doveva essere stata scelta da papa Martino V il 9 settembre 14231 come quella dell’autorità locale più consona con le sue indubbie qualità a sedare ogni eventuale rigurgito scismatico, a rappacificare definitivamente la compagine ecclesiastica e la comunità dei fedeli e a farle decollare nella fede. Una seconda volta era accaduto nell’epoca in cui segniamo convenzionalmente la transizione dal Basso Medioevo all’età moderna. Il ventiquattrenne protonotario apostolico Donato Acquaviva d’Aragona, figlio del conte Giulio Antonio ucciso nel 1481 dai turchi nell’assedio di Otranto, il 3 dicembre 1498 riceve in amministrazione Conversano fino al compimento del 27° anno d’età, quando vi entra a pieno titolo come vescovo2. Ancora una terza volta era avvenuto che verso la metà del ’700 un conversanese era stato nominato vescovo della sua città, ma non proveniva, come si dice, e gremio capituli. Si trattava di Michele Tarsia, a cui papa Benedetto XIV aveva affidato il governo pastorale il 24 gennaio 17523. Era entrato nell’Ordine dei Pii Operai, aveva conseguito il titolo di dottore in utroque (ossia civile e canonico) alla Sapienza di Roma e per queste sue competenze giuridiche era stato cooptato dalla badessa del monastero di S. Benedetto di Conversano per difendere la giurisdizione nullius badessale contro le rivendicazioni del vescovo di Conversano. Quando poi diviene vescovo, da avvocato badessale passa a diventare per così dire pubblico ministero della giurisdizione vescovile.

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